Che cosa mangiano i sardi per vivere fino a 100 anni? È una domanda diventata popolare soprattutto negli Stati Uniti grazie al successo internazionale delle cosiddette Blue Zones. La risposta, però, è meno semplice della formula spesso proposta sui social: non esiste un singolo alimento capace di spiegare la longevità sarda e la Blue Zone non coincide con tutta la Sardegna. Gli studi demografici hanno individuato una concentrazione eccezionale di persone longeve soprattutto nell’area montuosa centro-orientale dell’isola, con particolare riferimento all’Ogliastra e ad alcuni territori circostanti.

Le ricerche condotte sugli anziani di queste comunità descrivono un modello alimentare nato in un contesto rurale e pastorale: molto pane e cereali, legumi, patate, verdure e frutta, ma anche prodotti ovini e caprini e quantità moderate di carne. L’olio d’oliva è diventato più presente con il passare dei decenni. È quindi una dieta con molti elementi mediterranei, ma non coincide perfettamente con la versione moderna e idealizzata di una dieta quasi esclusivamente vegetale.

Cosa mangiavano davvero i longevi della Sardegna

Uno studio su 150 persone tra 90 e 101 anni residenti nella Longevity Blue Zone sarda ha ricostruito sia le abitudini alimentari contemporanee sia quelle della loro giovinezza. Tra gli alimenti più frequenti emergevano i cereali, soprattutto il pane fatto in casa, accompagnati da legumi, verdure, frutta e patate. La carne veniva consumata con moderazione e comprendeva anche pecora, capra, maiale e pollame.

Un dettaglio interessante riguarda il pesce. Nonostante la Sardegna sia un’isola, nelle comunità montane studiate il pesce non rappresentava tradizionalmente un alimento centrale: più della metà degli intervistati dichiarava di averlo consumato raramente o mai. È un elemento che aiuta a capire perché sia rischioso ridurre la longevità sarda a una generica “dieta mediterranea dell’isola”. Quella osservata nelle zone interne rifletteva soprattutto l’economia agro-pastorale locale.

Anche i latticini avevano un ruolo significativo. Formaggi, ricotta e prodotti derivati dal latte di pecora e capra facevano parte dell’alimentazione delle comunità pastorali. Studi che hanno confrontato anziani dell’Ogliastra con quelli della penisola di Nicoya, in Costa Rica, descrivono un modello prevalentemente basato su alimenti vegetali ma integrato da una presenza non trascurabile di prodotti animali, soprattutto latticini.

Pane, legumi e olio d’oliva: gli alimenti più interessanti

Il pane tradizionale e i cereali fornivano una parte importante dell’alimentazione quotidiana. I legumi comparivano regolarmente, anche se la loro frequenza è cambiata con la trasformazione delle abitudini alimentari avvenuta nel secondo dopoguerra. Verdure spontanee o coltivate, patate e frutta completavano una dieta legata in larga parte a ciò che le famiglie producevano o potevano ottenere localmente.

L’olio d’oliva è un altro elemento interessante. Nello studio sulla transizione alimentare dei nonagenari e centenari sardi, l’aumento del consumo di olio d’oliva nel corso della vita risultava associato ad alcuni indicatori migliori di salute percepita e mobilità. Questo tipo di associazione, tuttavia, non dimostra che l’olio da solo abbia prodotto una maggiore longevità.

Lo stesso principio vale per qualsiasi alimento spesso trasformato in “segreto dei centenari”. Un bicchiere di vino, un formaggio tradizionale, i legumi o un particolare tipo di pane possono far parte della storia alimentare locale, ma nessuno studio permette di affermare che consumarne uno garantisca di arrivare a 100 anni.

E il Cannonau?

Il vino Cannonau viene spesso citato negli articoli internazionali sulla Blue Zone sarda. È vero che il vino faceva parte della cultura alimentare di molte comunità rurali e che alcuni studi sulla dieta mediterranea analizzano i polifenoli presenti negli alimenti e nelle bevande. Da qui a definire il Cannonau un elisir di lunga vita, però, il salto è troppo grande.

La longevità osservata nella Sardegna interna è un fenomeno complesso. Le ricerche scientifiche considerano insieme alimentazione, attività fisica, struttura sociale, ambiente e fattori genetici. Il consumo di alcol comporta inoltre rischi per la salute, quindi non ha senso iniziare a bere vino con l’obiettivo di imitare i centenari sardi.

La dieta non è l’unico pezzo del puzzle

Uno degli errori più comuni nella versione commerciale delle Blue Zones è cercare una ricetta facilmente esportabile. La vita dei centenari studiati in Sardegna si è svolta in un ambiente molto diverso da quello urbano contemporaneo: lavoro fisico, spostamenti a piedi, attività all’aperto, legami familiari e comunitari molto forti e una dieta modellata dalla disponibilità locale.

Uno studio sulla longevità maschile sarda sottolinea proprio la possibile combinazione di fattori ambientali, stile di vita e genetica. Anche una recente revisione scientifica delle Blue Zones invita alla cautela: osservare una determinata dieta in una popolazione longeva non significa automaticamente aver dimostrato che quella dieta sia la causa della longevità.

C’è inoltre una precisazione importante sul numero delle Blue Zones. La formula popolare delle “cinque Blue Zones del mondo” è diventata celebre attraverso libri, documentari e media statunitensi, ma la letteratura scientifica recente presenta un quadro più articolato. Una revisione del 2025 ha identificato diverse aree studiate come Blue Zones e ha evidenziato che Ogliastra, Okinawa e Nicoya dispongono di evidenze particolarmente solide di longevità superiore ai rispettivi riferimenti nazionali. Un altro lavoro del 2025 considera validate Sardegna, Okinawa, Nicoya e Ikaria, indicando la Martinica come quinta area emergente.

La lezione più interessante della Sardegna, quindi, non è copiare il menu di un centenario. È osservare un modello nel quale cibo semplice, movimento quotidiano, relazioni sociali e ambiente hanno convissuto per decenni. Pane e cereali, legumi, verdure, frutta, olio d’oliva e prodotti della tradizione pastorale raccontano una parte importante di questa storia, ma la scienza non ha individuato una singola “dieta dei 100 anni”. Ed è proprio questa complessità a rendere la Blue Zone sarda molto più interessante del mito che la circonda.